C’è una regola non scritta che accompagna il Festival della Canzone Artificiale sin dalla prima edizione: accanto alla gara vera, quella in cui venti brani si contendono i voti del pubblico e dei Saggi del Codice, il palcoscenico di Runtime Radio ha sempre fatto spazio a presenze che non gareggiano con nessuno.
Non sono semplici riempitivi di scaletta. Sono mondi a parte, biografie sghembe, leggende metropolitane e piccoli cortocircuiti che hanno costruito l’anima goliardica della nostra rassegna. Per l’edizione 2026 la direzione artistica ha confermato nove ospiti fuori concorso, distribuiti in terne per ciascuna delle tre serate in diretta del 9, 16 e 23 novembre. Sui brani e sui testi vige il riserbo più assoluto, perché la sorpresa fa parte del rito radiofonico. Possiamo però raccontare chi salirà sul palco, chi ha cambiato vita dall’ultima volta e chi fa il suo debutto assoluto.
Prima semifinale: lunedì 9 novembre
La serata d’apertura vede due novità e un’eredità pesante.
Il primo a salire sul palco è RunCore. Di lui non esistono documenti, residenza né codice fiscale. La leggenda lo vuole nato nei Carpazi nel Seicento da madre del posto e padre napoletano, da cui avrebbe ereditato un miscuglio inconfondibile di malinconia danubiana e battuta pronta. Dichiara di essere un vampiro convertito dal 1834 a una dieta di sola birra per scelta dietetica. Suona rigorosamente seduto perché in piedi si stanca, con basco color vino, occhiali scuri, chitarra acustica e armonica a collo. Le sue richieste tecniche sono categoriche: esibizione solo dopo il tramonto, camerino privo di finestre e niente aglio nelle cucine «per rispetto della tradizione culinaria dell’Est Europa».

A seguire tocca agli Oecologia Iucunda, collettivo reggae a filiera cortissima proveniente dalla provincia di Rieti. Praticano l’autoproduzione integrale: coltivano sul balcone sotto lampade a spettro solare, essiccano in proprio e portano le piante di casa direttamente sul palco la mattina per riportarle indietro la sera. I loro soundcheck durano quattro ore, di cui tre di silenzio operoso, e ci tengono a ribadire che il fumo scenico è semplice vapore acqueo, anche se dalla platea qualcuno nota un profumo insolito. La loro battaglia contro lo spreco alimentare si combatte a mezzanotte nel backstage, dove a fine concerto non lasciano traccia del catering.

Chiude la prima terna Tommy Jr, ed è un passaggio del testimone carico di commozione. Nel febbraio del 2025 il pubblico conobbe suo padre, Old Little Tommy Boy, arrivato dal Montana con il suo celebre rastrello e l’interprete scozzese. Ora il vecchio se ne è andato, e a trentatré anni tocca al figlio raccoglierne la missione. Tommy Jr suona la chitarra del padre con il ritratto del genitore pirografato sulla tavola armonica e tiene una bottiglia di bourbon aperta sul palco che nessuno può toccare. Pur parlando italiano, per rispetto della tradizione di famiglia ha preteso lo stesso traduttore simultaneo del 2025, Andrew Stamers, la cui voce somiglia in modo impressionante a quella di uno dei conduttori.

Seconda semifinale: lunedì 16 novembre
La seconda serata ritrova tre presenze storiche del festival, tutte profondamente mutate rispetto al passato.
Rivedremo Totò Bashiru, ma non fisicamente in studio. Nel 2025 aveva conquistato gli ascoltatori con la sua ironia tagliente sulla seconda generazione. Da allora la sua vita ha preso una piega inaspettata: si è trasferito a Edimburgo e lavora come corriere in bicicletta, consegnando casse di whisky su e giù per le salite del Royal Mile sotto la pioggia costante. Sostiene che la pendenza sia l’unica cosa a non averlo mai discriminato, perché fa male a tutti allo stesso modo. Interverrà in collegamento audio dalla Scozia perché il martedì è la giornata delle consegne pesanti, asciugandosi il sudore con il suo inseparabile asciugamano tricolore.

Subito dopo sarà il momento della trasformazione più radicale dell’intero festival: il Piccolo Coro del Cristoniano di Sezze. Erano ventiquattro nel 2024 quando chiusero secondi assoluti, scesero a dodici nel 2025 e oggi sono rimasti in undici. Hanno dismesso i grembiuli da voci bianche e allontanato il vecchio maestro per abbracciare un’estetica dark trap e drill, con produzioni firmate dal cugino quattordicenne SEZZE DRILL su un portatile con il tasto E rotto. La loro celebre faida con la conduzione non si è spenta, e sul palco pretendono un’asta microfonica regolata all’altezza della storica solista Cristina Balena: un’asta centrale che resterà rigorosamente vuota per tutta l’esibizione.

A completare la semifinale tornano le Dreaded Debt, il trio nato nella bolla burocratica di Bruxelles. Nora Conte, la leader romana laureata in scienze euforiche, Sofia, l’anima passionale calabrese, e Giulia, la mente contabile lombarda che progetta i brani su fogli Excel con formattazione condizionale. Dopo l’apparizione estiva al FestivAiBar 2025 hanno tolto l’abbronzatura e si presentano con un piglio teatrale rinnovato, dove le dinamiche della finanza comunitaria e i vincoli di bilancio diventano lo specchio fedele delle relazioni umane.

La Finale: lunedì 23 novembre
Per la finalissima del 23 novembre scendono in campo tre formazioni che hanno segnato la mitologia della rassegna.
Tornano i Mortibus, quartetto epic metal proveniente dalla Norvegia (o dalla Finlandia, a seconda di chi risponde, senza che nessuno abbia mai corretto l’altro). Nati secondo la leggenda in una cripta vicino a un fiordo dopo aver dissotterrato una chitarra da una tomba, nel 2025 promisero di chiudersi in un pessimo albergo per comporre nuova musica ispirati dal basso livello della nostra gara. Si presentano in quattro — Erik Blodøks, Sven Mørk, Lars Gravlund e Knut Skrek — con trucco da cadavere, cartuccere a tracolla, luci di scena esclusivamente verdi e l’unico file master a 24 bit dell’intero festival, perché la solennità merita la piena risoluzione.

Spazio poi all’energia delle Opelvectra, il quartetto londinese scoperto a bordo strada dal capo-cantoniere dell’Anas Bernardo. Radia, Tori, Para e Urti — presentate come le figlie ripudiate delle Spice Girls finite a lavorare sulle strade statali italiane — riporteranno sul palco la loro italo disco travolgente, tute lucide in quattro colori e le immancabili coreografie sui pattini a rotelle, cantando con entusiasmo testi scritti dal loro capo di cui continuano a ignorare felicemente il senso.

A chiudere la rassegna saranno i Trapstein, il duo hardcore deutschrap presente sin dalla prima edizione. Kurt Vanzen, terzo cantante nella storia della band dopo la perdita dei primi due in oscuri incidenti, si presenta insieme al compagno con caschi integrali e cappucci ispirati ai Daft Punk, motivati come necessaria misura di sicurezza sul lavoro. Portano ancora addosso il lutto calcistico mai metabolizzato per la semifinale mondiale di Dortmund del 2006 contro l’Italia, e salgono sul palco con un giuramento di boicottaggio gastronomico che promette scintille prima di andare a dormire presto, come si addice a ogni tedesco che si rispetti.

Appuntamento a novembre
Sulle canzoni che ascolteremo non anticipiamo una nota: i titoli e gli arrangiamenti resteranno segreti fino al momento della messa in onda. Quello che è certo è che dal 9 al 23 novembre su Runtime Radio ci sarà da divertirsi, tra satira, bizzarrie e quella sana voglia di ridere che rende unico il nostro festival.
Nel frattempo le porte per i concorrenti in gara restano spalancate: avete tempo fino alle 23.59 del 25 ottobre per candidare la vostra opera dal modulo del sito. Il palco è pronto, gli ospiti pure: adesso mancano soltanto le vostre canzoni.