Le candidature per il Festival sono aperte fino alle 23.59 del 25 ottobre, dal modulo del sito. Mentre in redazione arrivano i primi brani e la giuria comincia ad ascoltare, vale la pena fare un passo indietro e guardarsi attorno. In questi primi dieci mesi del 2026 il panorama attorno alla musica generativa è cambiato più che nei due anni precedenti messi insieme.

È finita la stagione dell’entusiasmo ingenuo e della terra di nessuno. Quella in cui bastava digitare una frase in inglese per sentirsi discografici o profeti del futuro. Oggi quel mondo fa i conti con quattro forze che ne stanno ridisegnando i confini: i tribunali, i contratti delle case discografiche, la difesa disperata delle piattaforme di streaming e le leggi sul diritto d’autore.

Lo scisma delle major: chi patteggia e chi fa la guerra

Nel 2024 la reazione delle etichette era un blocco unico: cause per violazione del copyright contro Suno e Udio, accuse di saccheggio e richieste di risarcimenti miliardari. Nel 2026 quel fronte si è spaccato in due strategie opposte.

Da una parte c’è chi ha scelto di monetizzare subito e costruire recinti controllati. Warner Music Group ha stretto accordi di licenza sia con Suno sia con Udio. Universal Music Group (UMG) ha patteggiato la causa contro Udio a fine 2025 e ha passato il 2026 a progettare una piattaforma chiusa, un «giardino recintato» in cui i propri artisti concedono il catalogo su adesione volontaria in cambio di compensi. A settembre 2026 anche ElevenLabs ha firmato con Universal per sviluppare strumenti di remix e manipolazione vocale autorizzati.

Dall’altra parte c’è chi non arretra di un millimetro. Sony Music non ha firmato alcun accordo e porta avanti la causa principale con determinazione. E la tregua di Universal non riguarda tutti: insieme a Sony ha intensificato l’azione contro Suno. Ad agosto 2026 il tribunale di Boston ha autorizzato le etichette ad aggiungere l’accusa di violazione della sezione 1201 del DMCA per aver aggirato le protezioni di YouTube nello scaricare audio per l’addestramento. A settembre è arrivata una seconda causa incentrata sul nuovo modello v6, con l’indicazione di oltre sessantamila registrazioni protette.

Anche fuori dagli Stati Uniti il principio del fair use americano non regge. Il 31 luglio il tribunale di Monaco di Baviera ha condannato Suno dando ragione alla tedesca GEMA, respingendo l’idea che l’addestramento su opere protette sia libero. In Canada l’omologa SOCAN ha aperto un contenzioso simile, mentre una corte d’appello federale americana sul caso Ross Intelligence ha stabilito che copiare dati per creare un prodotto commerciale concorrente non costituisce uso legittimo.

L’alluvione dello streaming e la stretta sui bot

Mentre i giudici deliberano, i server dei servizi di streaming hanno rischiato di affogare. Il modello economico dello streaming, basato sulla ripartizione proporzionale del montepremi degli abbonamenti, ha attirato fabbriche di contenuti automatici pensate per drenare royalty.

I dati emersi a metà 2026 sono impressionanti. Deezer ha rilevato che oltre la metà dei brani caricati ogni giorno è generata interamente dall’intelligenza artificiale, con flussi vicini a novantamila tracce quotidiane. Il dato decisivo riguarda però gli ascolti: se la musica artificiale rappresenta meno del tre per cento degli streaming reali, oltre l’ottantacinque per cento degli ascolti su quei file proviene da reti di profili finti e bot farm creati per incassare centesimi a ripetizione.

La risposta delle piattaforme è stata inevitabile. Deezer ha introdotto sistemi di riconoscimento automatico che tolgono i brani generati dalle playlist consigliate, cancellano i file che restano a zero ascolti per sei mesi e bloccano i pagamenti sospetti. Spotify ha rimosso decine di milioni di tracce spazzatura, ha introdotto penali economiche per i distributori che immettono flussi fraudolenti e all’inizio del 2026 ha varato il contrassegno per i soli artisti in carne e ossa che dimostrano un’attività reale tra concerti e pubblico. L’industria si è infine accordata sullo standard di metadati DDEX per segnalare in chiaro la presenza di contenuti sintetici.

La legge pretende la persona

Sul piano normativo il 2026 segna il passaggio dalle dichiarazioni d’intenti agli obblighi cogenti. Il 2 agosto 2026 sono entrati in vigore gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50 dell’AI Act europeo: chi produce o distribuisce tracce artificiali deve garantire marcature leggibili dalle macchine, come la filigrana digitale e le impronte audio, rendendo l’origine sempre riconoscibile.

In Italia la legge 132 del 2025 ha blindato l’articolo 1 della legge sul diritto d’autore: la tutela spetta solo alle opere frutto dell’ingegno umano, anche quando l’intelligenza artificiale interviene come strumento di supporto. Il 29 luglio 2026 la SIAE ha ribadito nella sua guida ufficiale che una traccia sfornata in automatico da un generatore non gode di alcuna protezione, e che chi deposita si assume la responsabilità civile e penale di dimostrare il proprio apporto creativo effettivo.

Perfino i premi internazionali hanno chiuso i varchi. Le linee guida della Recording Academy per i Grammy Awards 2026 escludono categoricamente le macchine dalle candidature e pretendono che l’autore umano dimostri un contributo significativo e documentato per ogni categoria in concorso.

Cosa significa per chi partecipa al Festival

Questo quadro dimostra perché le scelte del Festival della Canzone Artificiale sono state lungimiranti sin dal primo giorno. Quando abbiamo scritto il Regolamento 2026 e abbiamo chiesto a chi si candida il Manifesto dell’Opera, non cercavamo burocrazia. Volevamo la musica.

I servizi commerciali come Suno hanno rilasciato a settembre la versione v6 su cataloghi autorizzati, ma mantengono rigidi tetti ai download per chi usa piani gratuiti e incorporano filigrane obbligatorie. Udio si avvia a diventare un ambiente chiuso per i fan delle major. Strumenti a pesi aperti come Stable Audio 3 offrono libertà sul proprio computer ma non cantano. Generare file a raffica sperando che una piattaforma li paghi è un’illusione tramontata.

Quello che resta vivo è l’artigianato. La persona che usa la macchina per scoprire un timbro insolito, che scrive un testo sentito in italiano, che taglia, rimonta, corregge le strofe e spiega con orgoglio come ha costruito la sua opera. La musica generativa non appartiene a chi lascia fare tutto a un algoritmo: appartiene a chi sa guidarlo verso qualcosa che vale la pena ascoltare. Avete tempo fino al 25 ottobre per dimostrarlo.