Questa settimana Radio Cecchetto ha pubblicato su Facebook un appello che due anni fa avrebbe fatto ridere mezza Milano: mandateci le canzoni che avete fatto con l’intelligenza artificiale, la redazione le ascolta, e la prossima volta che accendete la radio potreste sentire la vostra. In fondo, in maiuscolo, c’è la condizione.
«L’IMPORTANTE è che ci certifichi che hai usato l’intelligenza artificiale»

A firmarlo è Claudio Cecchetto, cioè l’uomo che nel 1982 ha fondato Radio Deejay, che ha portato al microfono Jovanotti, Fiorello e Amadeus e che ha prodotto gli 883. Radio Cecchetto è la sua terza radio, dopo Deejay e Capital: trasmette sul web dal 19 aprile 2023, giorno del suo compleanno, e in DAB+ in Lombardia e nel Lazio. Con quel curriculum alle spalle, un post così fa notizia anche se esce il pomeriggio di un giorno qualunque.
Sei un musicista? Anche no
Il testo comincia chiedendo se usi l’intelligenza artificiale per fare musica «anche se non sei un musicista». Tre righe più sotto domanda se sei un musicista. Poi se sei un autore, poi se ti diverti a sperimentare. Arrivati in fondo all’elenco, resta fuori soltanto chi la musica non l’ha mai nemmeno immaginata, e forse neanche lui, se una sera ha avuto un’idea e l’ha scritta a Suno.
Colpisce il metodo. Il Cecchetto degli anni Ottanta i talenti andava a pescarli dove lavoravano: Jovanotti metteva i dischi nei locali di Roma, Fiorello faceva l’animatore nei villaggi Valtur. Quello del 2026 li aspetta nella posta elettronica, con il certificato allegato.
Il certificato, per favore
L’ultima riga è quella che ci ha fatto ridere di più, perché rovescia la domanda che l’industria musicale si fa da due anni. Deezer riceve circa novantamila brani interamente generati al giorno, più della metà di tutto quello che le arriva, e le piattaforme passano il tempo a cercare chi ha usato la macchina per metterlo da una parte. Radio Cecchetto vuole la prova opposta: se la macchina non c’era, la canzone non passa.
Resta da capire che cosa valga come certificato, e il post non lo dice. Noi qualche idea l’abbiamo: la ricevuta dell’abbonamento a Suno, oppure la cronologia dei prompt con tutti i tentativi scartati alle tre di notte. Per i casi dubbi c’è sempre l’autocertificazione, che in Italia non si nega a nessuno.
Una radio fatta dagli ascoltatori
Il post non arriva dal nulla. Nel palinsesto di Radio Cecchetto c’è Personal Radio, dove i programmi li mandano gli ascoltatori, e c’è Radiomail, fatta dei loro messaggi vocali. Al lancio, nel 2023, l’idea era affittare le fasce orarie a chi voleva tornare a fare il deejay. Adesso al pubblico si chiedono anche le canzoni, e di questo passo agli ascoltatori resterà da fare una cosa sola: ascoltarsi.
Da una radio pirata di quattro amici ce lo si aspetterebbe. Da un uomo che ha attraversato quarant’anni di radio e di discografia italiana, e che le orecchie per scegliere la musica le ha allenate come pochi, fa l’effetto di un’emittente rimasta a corto di idee e di mezzi, che per riempire la giornata chiede al pubblico di portarsi il disco da casa.
Noi, che siamo pirati davvero
Quella radio di quattro amici, per la cronaca, siamo noi. Su Runtime Radio passiamo una canzone fatta con l’intelligenza artificiale all’ora, e sono tutte canzoni che hanno fatto la storia del Festival. Per noi è un omaggio: tiene in onda le nostre sperimentazioni e ringrazia chi ci ha messo le mani e la faccia. Chiamarla programmazione musicale sarebbe una parola grossa.
Una rubrica fatta tutta di musica generata è un’altra faccenda. Per trovare un brano che regga tre minuti accanto a un disco vero bisogna ascoltarne centinaia, e riempire così una trasmissione intera, tutti i giorni, è un lavoro enorme. A lungo andare è anche un po’ umiliante, per la musica e per chi la sceglie.
Crea. Invia. Fatti ascoltare.
Lo slogan del post è fatto di tre verbi in fila con il punto dopo ciascuno, e lo avrebbe scritto uguale anche un modello linguistico. Visto l’argomento, lo prendiamo come una scelta di coerenza.
Nel 1981 Cecchetto ha fatto ballare l’Italia con Gioca Jouer, una canzone in cui una voce chiama i gesti e la pista li esegue a comando. Quarantacinque anni dopo gli ordini sono rimasti, è cambiato chi li esegue: allora il pubblico ballava, oggi compone, e la canzone per la radio se la porta da casa. A Libero, pochi giorni fa, ha detto che l’intelligenza artificiale per lui è «uno strumento, come lo è stato il computer». Con il computer, però, i dischi li faceva lui.
La casella di posta
Poi c’è la questione pratica. Se anche un solo brano su mille fra quelli che ogni giorno finiscono su Deezer prendesse la strada di Milano, all’ufficio programmazione ne arriverebbero novanta al giorno, tutti con il loro certificato allegato. Il post promette che la redazione li ascolterà e li valuterà. Auguri sinceri a chi dovrà aprire quella casella: noi, per scegliere venti canzoni l’anno, ci siamo presi una giuria di cinque persone.
Ma rispetto
Detto questo, a Cecchetto il rispetto resta intero. Ha costruito la radio dei deejay in Italia e ha prodotto dischi che sappiamo a memoria, e un post su Facebook non toglie niente a Gioca Jouer né agli 883. Da lui, però, ci aspettavamo che la musica fatta con le macchine andasse a cercarla, come faceva una volta con le persone, invece di farsela spedire con la ricevuta.
E a chi ha una canzone fatta con l’intelligenza artificiale e ci tiene davvero: al Festival le candidature si aprono il 20 settembre. Un certificato lo chiediamo anche noi, si chiama Manifesto dell’Opera, e prima di tutto lo leggiamo.