Il 4 settembre Google ha messo Lyria 3.5, il suo modello musicale, in mano a chiunque abbia un account: dentro l’app Gemini, dentro Google AI Studio, dentro l’interfaccia per chi programma. Era uscito il 29 luglio in un posto solo, lo studio di produzione Flow Music. Adesso è dappertutto.

Il tempismo dice qualcosa. Nelle stesse settimane in cui Suno cominciava a contare i download e Udio teneva i suoi file dietro un cancello chiuso, Google apriva. Non per generosità: le tre aziende stanno rispondendo alla stessa pressione legale con strategie opposte, e conviene sapere quale delle due si sta scegliendo quando si apre un sito invece di un altro.

Che cosa fa, in concreto

Genera canzoni intere fino a tre minuti, con la voce, a 44,1 kHz stereo, e le esporta in MP3 o in WAV. Accetta un testo, e accetta anche fino a dieci immagini: gli si dà una fotografia e ne tira fuori una musica che le somigli. Si può scrivere il testo da soli e marcarne le parti con le sigle che si usano nei fogli di sala, [Intro], [Verse], [Chorus], [Bridge], e si può chiedere una traccia strumentale senza voce.

La cosa più interessante non è nessuna di queste. È che si può scrivere una scaletta a minutaggio dentro la richiesta, e il modello la rispetta:

[0:00-0:15] solo pianoforte, 85 BPM.
[0:15-0:45] entrano contrabbasso e voce femminile.
[0:45-1:15] ritornello, archi e batteria.

Per chi monta un video è una comodità vera: gli stacchi cadono dove servono e non si passa la serata a stirare la musica per farla combaciare con le immagini. Chi scrive una canzone e basta, invece, non ne ha molto bisogno.

Dove si usa e quanto costa

Nell’app Gemini è gratis, dentro i limiti del piano, e bisogna avere diciotto anni. In Flow Music — che è l’ex Riffusion, poi Producer.ai, comprata da Google a febbraio — le funzioni di base sono gratuite con un account normale, e per avere più crediti si passa dagli abbonamenti Google AI: 4,99 dollari al mese il piano Plus, 19,99 il Pro, e da lì in su. Qui ci sono gli stem: il brano si spacca in voce, batteria, basso e strumenti, scaricabili in WAV o M4A per portarli dentro un programma di montaggio.

Per chi scrive software c’è l’interfaccia a pagamento, e il conto è insolitamente semplice: 8 centesimi di dollaro a canzone, non a parola. Lì di piano gratuito non ce n’è.

Una precisazione, perché in giro si leggono cifre vecchie: i listini a 8,99 e 29,99 euro che ancora circolano sono quelli di Producer.ai prima che Google la comprasse. Non sono più quelli.

E siccome «flow music» è un nome che chiunque può registrare, va detto che di siti chiamati così ce n’è uno sciame, e non sono Google. Quello vero si raggiunge dai servizi Google, non dal primo risultato di una ricerca.

La firma dentro il file

Ogni traccia che esce da Lyria, MP3 o WAV che sia, porta dentro SynthID: un motivo inserito nel suono durante la sintesi, che l’orecchio non sente e un rilevatore riconosce. Non è un’etichetta appiccicata sopra al file, e non si toglie rinominandolo. Regge la compressione, il cambio di formato, uno spostamento di tonalità, un po’ di rumore aggiunto.

Google la usa da tempo su immagini e video; da maggio la stessa tecnica è passata anche ad altri, OpenAI ed ElevenLabs fra questi, e sta diventando lo standard con cui si riconosce un file sintetico. Vale la pena saperlo prima, non dopo: se qualcuno un domani vorrà controllare come è nato un brano, il brano lo dice da sé.

Quello che si rifiuta di fare

Due richieste il modello le respinge in partenza. La prima è imitare la voce di un artista esistente. La seconda è cantare testi che non sono tuoi e sono coperti da diritto d’autore.

Il motivo ha una data. Il 31 luglio un tribunale di Monaco ha dato torto a Suno su brani memorizzati e riprodotti nelle generazioni, e si è dichiarato competente anche sull’addestramento fatto fuori dall’Unione europea. Una settimana prima Google aveva annunciato Lyria 3.5 con quei due filtri già dentro. Chi vende musica generata in Europa, adesso, sa che cosa rischia.

Due cose da sapere prima di usarlo per il Festival

L’italiano. La documentazione dice che il modello canta nella lingua della richiesta e adatta pronuncia e fraseggio di conseguenza. L’elenco delle lingue con cui la funzione musicale è arrivata nell’app Gemini, però, comprendeva inglese, giapponese, coreano, hindi, spagnolo, portoghese, tedesco e francese: l’italiano lì non c’era. Le due affermazioni non si contraddicono, perché una riguarda il modello e l’altra la lingua dell’interfaccia. Ma finché non lo provi tu, sul tuo testo, non lo sai. Provalo presto, non a ottobre.

Gratis non vuol dire senza condizioni. Sui piani gratuiti quello che scrivi e quello che ottieni possono essere usati per migliorare i servizi, con revisione umana dichiarata; sull’interfaccia a pagamento no. Se il brano che stai preparando è inedito e ci tieni, è una differenza che pesa. E sull’uso commerciale il gratuito è escluso, quindi vale la stessa raccomandazione dell’altra volta: due minuti a leggere le condizioni del piano che stai usando, prima di generare cinquanta versioni di un ritornello.

Che cosa vuol dire per noi

Per il nostro regolamento la domanda è sempre la stessa: il file esce? Qui sì, e escono anche gli stem. Google dichiara di non rivendicare la proprietà di quello che generi, e sul dilemma di chi possiede una canzone fatta così la legge italiana ha già risposto a modo suo — conta il contributo umano, se è riconoscibile.

La filigrana, per una gara come la nostra, non è un ostacolo: è quasi un alleato. Il Manifesto dell’Opera che chiediamo insieme al brano serve a sapere da dove parte un pezzo e come è stato guidato. Un file che dichiara da solo di essere passato da una macchina non toglie niente a quel racconto. Semmai lo rende inutile da nascondere, il che ci va benissimo: qui non è mai stato un difetto, è il perimetro del gioco.

E i due rifiuti — niente voci di artisti veri, niente testi altrui — dicono in inglese e con un filtro automatico la stessa cosa che il nostro regolamento dice in italiano da tre edizioni. Su questo non abbiamo obiezioni da fare.

Un aggiornamento all’articolo di ieri

Nel pezzo sui limiti di Suno avevamo riportato che Google Lyria, nelle prove citate da quel confronto, aveva fallito due volte su tre e non dichiarava una licenza commerciale. Quelle prove sono dei primi giorni di agosto, quando Lyria 3.5 stava in un solo prodotto e l’interfaccia per svilupparci sopra non esisteva. Il 4 settembre è cambiato il quadro. Lo scriviamo qui perché un articolo di due settimane fa, su questa materia, è già un documento storico.

Le fonti

L’annuncio del modello sta sul blog di Google, le specifiche su Google DeepMind e nella documentazione per sviluppatori, dove ci sono prezzo, formati, marcatori e limiti. L’acquisizione di Riffusion e il passaggio a Flow Music li racconta Music Ally; la sentenza di Monaco contro Suno e i filtri che ne sono seguiti The Next Web. Verifiche fatte l’8 settembre 2026. Due cifre che circolano nei riassunti in rete non le abbiamo trovate confermate da Google e quindi non le riportiamo: la dimensione della finestra di contesto e la frequenza del modello per le clip brevi.