Nel 2024, quando la musica generativa è entrata nel dibattito pubblico, se ne parlava come di due profezie opposte. Da una parte c’era l’entusiasmo sgangherato di chi pensava che bastasse scrivere una frase in una casella di testo per diventare Quincy Jones; dall’altra il panico di categoria di chi dava per spacciati turnisti, arrangiatori e fonici.

A settembre 2026 quei due anni si possono guardare con i numeri in mano. L’intelligenza artificiale non ha svuotato gli studi di registrazione: ci è entrata da una porta di servizio che due anni fa quasi nessuno guardava.

Il tasto «Genera» e la valanga di brani

Cominciamo da che fine ha fatto la canzone generata da una richiesta scritta, il prompt-to-song delle prime versioni di Suno e Udio. Nel 2024 sembrava il futuro. Nel 2026, lasciata grezza, è diventata una discarica.

Deezer ha contato circa novantamila brani interamente generati caricati ogni giorno, più della metà di tutto quello che riceve. Molti arrivano a getto continuo da reti di bot che puntano alle frazioni di centesimo delle playlist d’atmosfera e di rumore bianco. Secondo la stessa piattaforma, nel 2025 fino all’85 per cento degli ascolti di quei brani era fraudolento, e la loro quota reale di ascolto resta fra l’1 e il 3 per cento.

La canzone fatta in trenta secondi, senza che nessuno ci metta le mani, ha intasato i server, e il mercato discografico quasi non se n’è accorto. Nella produzione musicale che finisce in classifica, nelle colonne sonore e nei dischi che la gente sceglie di ascoltare, l’AI si usa in un altro modo.

Chi la usa, e per che cosa

Si pensava che l’AI fosse roba da dilettanti pigri e che i professionisti se ne tenessero lontani. Lo studio che Water & Music e Moises hanno pubblicato a marzo 2026, su 1.525 musicisti, dice il contrario. Una cautela prima dei numeri: quattro intervistati su cinque vengono dagli utenti di Moises, che vende proprio la separazione delle tracce, cioè l’uso in cima alla classifica.

  • Il 78% dei musicisti professionisti ha usato strumenti di intelligenza artificiale per lavoro negli ultimi dodici mesi; fra gli appassionati la quota scende al 60%.
  • Generare un brano intero da una richiesta scritta, il text-to-song, riguarda il 24% del campione.

Fra i professionisti gli usi si mettono in fila così:

  1. separazione delle tracce (stem separation): 71%;
  2. esercizio e studio, arrangiamenti compresi: 44%;
  3. basi e provini (backing track): 40%;
  4. assistenza al missaggio e al mastering: 32%.

Fra il 2024 e il 2026 è cambiato soprattutto il posto dove l’AI sta. Prima era una pagina web su cui cliccare; adesso è una serie di funzioni dentro le DAW, i programmi di produzione come Pro Tools, Logic Pro, Ableton Live e FL Studio.

Quattro cose che sono cambiate in studio

1. Separare le tracce

Qui l’AI ha cambiato più che altrove. Con RipX DAW, Moises Pro o lo Stem Splitter che Apple ha messo in Logic Pro si prende un brano stereo finito e se ne tirano fuori batteria, basso, voce, chitarre e riverberi. Dieci anni fa lo si considerava impossibile; oggi è questione di secondi, e gli artefatti sono pochi.

Nell’hip-hop e nell’elettronica ha cambiato il campionamento: invece di cercare nei vinili rari il passaggio in cui uno strumento suona da solo, lo si isola da qualunque disco. Nel rock e nei generi acustici serve a togliere dalle riprese dal vivo il rientro della batteria negli altri microfoni, il bleed.

2. Le voci con licenza e i provini

Nel 2024 una voce clonata voleva dire pirateria e avvocati: il falso duetto fra Drake e The Weeknd, Heart on My Sleeve, uscito nel 2023, aveva messo in allarme tutte le etichette. Nel 2026 la clonazione sta nei contratti.

Con plugin come MicDrop di SoundLabs, la società co-fondata dal produttore elettronico BT con cui Universal Music Group ha firmato un accordo nel 2024, i produttori usano dentro la propria DAW modelli vocali ufficiali e con licenza.

Servono al demo pitching. A Nashville, a Londra o a Milano chi scrive canzoni per altri artisti sempre più spesso non manda il provino con la propria voce: la trasforma in tempo reale nel timbro, nell’estensione e nelle inflessioni dell’artista a cui il pezzo è destinato. Discografici e cantanti sentono subito come suonerà, prima di entrare in sala di ripresa. Intanto Synthesizer V Studio Pro e ACE Studio servono a costruire seconde voci, cori e armonizzazioni senza chiamare un quartetto vocale per tre ore di sessione.

3. Il missaggio assistito

Il missaggio intero, a un algoritmo, non lo lascia fare quasi nessuno. Gli strumenti di analisi, invece, li usano in molti. iZotope Ozone e Neutron, la smart:suite di sonible o i correttori di risonanze basati su reti neurali trovano in una frazione di secondo le frequenze che si coprono a vicenda, i problemi di fase fra cassa e basso e le sibilanti.

Il fonico non passa più quaranta minuti a cercare una risonanza a 3.200 Hz con un filtro notch: il programma gliela indica, e lui decide se tagliarla o tenerla.

4. Suoni fatti su misura

Le librerie di campioni come Splice hanno un problema antico: centinaia di produttori pop finiscono per usare gli stessi rullanti, gli stessi loop di chitarra, le stesse transizioni. Con i modelli generativi specializzati, da Stable Audio ai generatori MIDI basati su reti neurali, oggi ci si fabbrica campioni one-shot che nessun altro ha: una trama granulare di sintetizzatore, o un pattern poliritmico nato da parametri insoliti e poi risuonato con un sintetizzatore analogico.

Il quadro legale

Anche le cause e le leggi hanno cambiato il modo di produrre, e fra il 2024 e il 2026 hanno messo fine a un periodo senza regole.

Dopo le cause miliardarie del 2024, le major hanno scelto di incassare e controllare la tecnologia invece di provare a cancellarla. Universal si è accordata con Udio e con SoundLabs, Warner con Suno e con Udio, ed ElevenLabs ha addestrato Eleven Music solo su cataloghi con licenza grazie agli accordi con Merlin e Kobalt. Ne sono nati i walled garden: piattaforme chiuse e tracciabili, con i file marcati da filigrane digitali come SynthID di Google.

In Europa l’AI Act è entrato a regime. Chi sviluppa i modelli deve rendere conto dei dati usati per addestrarli; dal 2 agosto 2026 l’articolo 50 obbliga a dichiarare i contenuti generati o manipolati, e entro il 2 dicembre i file dovranno portare una marcatura leggibile dalle macchine. In Italia la legge n. 132 del 23 settembre 2025 ha modificato la legge sul diritto d’autore: un’opera realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale è protetta se il contributo umano è «concreto, creativo e riconoscibile». Per chi produce su commissione, per la pubblicità, il cinema o la discografia, saper dire che cosa ha fatto la persona e che cosa la macchina è diventato il modo di evitare liti sulla paternità dell’opera.

Il ritorno dell’imperfezione

Più la macchina ha imparato a produrre muri di suono perfetti, intonati al centesimo e compressi al decibel, più il mercato ha cominciato a respingere quella perfezione tutta uguale.

Le case discografiche sono tornate a investire negli studi veri: Universal Music Italia ha aperto nel 2025 i suoi Universal Recording Studios all’ottavo piano della sede di Milano. E molti degli artisti più ascoltati cercano apposta le piccole irregolarità di un ritmo non quantizzato, lo sporco del nastro, il respiro di una voce lasciata com’è.

La musica generata e basta è diventata la Muzak di questo secolo, il sottofondo da ascensore: riempie le playlist per dormire e per concentrarsi, e accompagna i video promozionali a basso costo.

I dischi che la gente sceglie di ascoltare li fanno ancora persone che in questi due anni hanno imparato a trattare l’intelligenza artificiale come un registratore a nastro velocissimo. Moltiplica le mani e le orecchie, e quando fermarlo lo decide ancora qualcuno in carne e ossa.


Questo articolo fa parte della riflessione che il Festival della Canzone Artificiale porta avanti da quando, con l’edizione 2026, chiede a chi partecipa il Manifesto dell’Opera: il racconto di come una persona ha guidato la macchina fino al brano finito.