Nella primavera del 2024 un gruppo di ricercatori usciti dai laboratori londinesi di Google DeepMind presentò Udio, e chi aveva un po’ d’orecchio ne fu sbalordito, e anche un po’ spaventato. Suno dava ritornelli subito orecchiabili, ma il suono era impastato e le voci sembravano uscire da un citofono. Udio aveva profondità: si sentiva lo spazio intorno agli strumenti.

Dava dinamica a una sezione di fiati jazz e lasciava intorno a un pianoforte verticale l’aria di una stanza non trattata, e i cori gospel uscivano con armonie fitte, a più voci. Soprattutto aveva l’in-painting: si selezionavano venti secondi a metà di una traccia e si riscriveva solo quel passaggio, per cambiare una modulazione o correggere una sillaba. Sembrava lo strumento capace di portare la musica generativa dallo scherzo alla produzione vera.

A settembre 2026 di quella promessa resta un prodotto ancora brillante, chiuso nel recinto più stretto che si ricordi intorno a un software creativo.

L’accordo del 29 ottobre

A fermare Udio è stata una causa. Nel giugno 2024 la RIAA, per conto delle tre major, gli chiese fino a 150.000 dollari per ogni brano usato senza permesso nell’addestramento. Le strade erano due: un processo che avrebbe mandato l’azienda in bancarotta, o un accordo alle condizioni di chi possiede i cataloghi.

È stato scelto l’accordo. Il 29 ottobre 2025 Udio ha firmato con Universal Music Group. Nei comunicati si chiama «partnership strategica»; nei fatti è una resa.

Gli utenti se ne sono accorti subito. Nel giro di ventiquattr’ore dal sito sono spariti i pulsanti per scaricare gli MP3, i WAV e le tracce separate, gli stem. Molti abbonati avevano pagato un anno intero con la promessa di poter usare i brani anche commercialmente, e protestarono: ottennero una finestra di quarantott’ore, dal 3 al 5 novembre 2025, per recuperare i propri archivi. Poi i download si sono richiusi, e da allora nessun file generato lì è più uscito, legalmente, dai server dell’azienda.

Che cosa si può fare oggi sul sito

Chi apre il sito oggi trova un modello migliore di due anni fa. Genera brani coerenti anche oltre i dieci minuti e segue richieste complicate senza sbagliare il timbro. Sui cambi di tempo e di tonalità fa meglio di quasi tutti i concorrenti.

Tutto questo, però, si può soltanto ascoltare. Si entra, si spendono i crediti, si genera la canzone e la si riascolta nel lettore del sito. Al massimo si condivide un link, e chi lo apre la ascolta lì dentro anche lui.

Il centro assistenza lo dice in una riga, che traduciamo:

«Il download di audio, video e stem è stato disattivato.»

La pagina è stata aggiornata l’ultima volta a febbraio 2026, e la riga è ancora quella. Una traccia che non si può importare in una DAW come Logic Pro o Ableton Live, montare sotto un video per YouTube, masterizzare o distribuire su Spotify e Deezer, per chi fa musica non esiste.

In inglese si chiama walled garden, giardino recintato: si paga per entrare, e quello che si fa resta dentro.

Ha ancora senso pagare un abbonamento?

Se l’obiettivo è portarsi a casa un brano, no. Per un musicista, un produttore o un appassionato che vuole un file da usare, oggi un piano a pagamento su Udio non ha senso.

Per finire una canzone cantata si va su Suno. Dopo l’accordo con Warner Music ha messo un tetto ai download, ma il file finito si scarica ancora e, sui piani a pagamento, lo si può usare commercialmente. Per le voci sintetiche si lavora con Synthesizer V Studio o con ElevenLabs, che ha addestrato i suoi modelli musicali su materiale con licenza. Chi ha bisogno di campioni da manipolare usa Stable Audio, oppure un programma che separa gli strumenti come RipX DAW.

Come taccuino resta utile: si generano idee armoniche, le si ascolta in cuffia sul divano e poi le si risuona da capo con chitarre, sintetizzatori e microfoni veri. Pagare ogni mese un modello così raffinato per usarlo come un registratore tascabile, però, è un lusso che si concedono in pochi.

E allora a chi serve?

Gli utenti se ne vanno, eppure la società resta aperta: il pubblico a cui si rivolge adesso sono le aziende.

Nei piani di Universal Music Group e delle altre sigle che nel frattempo hanno firmato accordi di catalogo con la piattaforma (Warner, Merlin e Kobalt), Udio sta diventando un servizio chiuso da vendere alle imprese. Il modello si addestra soltanto su repertorio con licenza; ogni file porta una filigrana digitale, per rispettare gli obblighi di trasparenza dell’AI Act europeo; e quella musica si vende con contratti di sincronizzazione blindati a pubblicità, videogiochi e contenuti commerciali.

La pace, però, non l’hanno firmata tutti. Sony Music non ha ritirato la causa per violazione del diritto d’autore, e a luglio 2026 ha aperto contro Udio un secondo fronte. Il 5 giugno 2026, poi, l’American Federation of Musicians, il sindacato dei musicisti americani, ha fatto causa a Universal e a Warner: le accusa di aver dato in licenza alle piattaforme di intelligenza artificiale le registrazioni suonate dai suoi iscritti senza pagare il compenso che il contratto collettivo prevede per ogni nuovo uso.

Che cosa c’entra il Festival

Questa storia mostra che cosa succede a un’invenzione quando se ne occupano i padroni dei cataloghi: era nata per chiunque avesse voglia di fare musica, e sta diventando una filodiffusione su misura per gli azionisti.

A noi del Festival spiega perché su un punto non transigiamo. Il regolamento ha sempre chiesto un file audio finito, caricato nel modulo d’iscrizione. Da quest’anno chiede anche il Manifesto dell’Opera, in cui chi partecipa racconta come è nato quel file e che cosa ci ha fatto sopra.

Una canzone che vive solo nei server di qualcun altro, e che un contratto nuovo può spegnere da una notte all’altra, da noi non si può nemmeno iscrivere. Nel 2026 chi fa musica sceglie strumenti che lasciano uscire il file, e Udio per ora non è fra questi.